Tratto da http://www.farmacista33.it

L'uso dei probiotici sta incontrando sempre più ampie applicazioni in particolare per l'azione sull'apparato digerente dove normalmente è presente una colonia di microrganismi, il microbiota intestinale, attivi in importanti e vantaggiose regolazioni metaboliche: in caso di disbiosi, cioè alterazioni del microbiota, la correzione avviene anche con l'uso di probiotici.

È quanto emerso in una conferenza stampa svoltasi a Milano organizzata da Montefarmaco Otc, azienda farmaceutica italiana con spiccata vocazione per gli integratori alimentari e la ricerca sul microbiota intestinale e il suo funzionamento in equilibrio, l'eubiosi.

«La perdita dell'eubiosi, definita disbiosi» ha spiegato Edoardo Felisi, docente al Master Prodotti Nutraceutici Dipartimento di Scienze del Farmaco - Università degli Studi di Pavia «comporta l'alterazione del microbiota con conseguenti malattie gastrointestinali acute e croniche. Negli ultimi anni anche diverse malattie e alterazioni sistemiche come ipercolesterolemia, diabete, obesità sono state associate all'alterazione del microbiota intestinale. La correzione della disbiosi avviene attraverso la correzione della dieta, l'eradicazione di una eventuale infezione, ma soprattutto con l'uso di probiotici. Alcuni ceppi e specie di probiotici hanno azioni metaboliche specifiche in grado di influenzare l'ipercolesterolemia, il diabete di tipo 2, l'obesità». Sulla scorta di esperienze precedenti è stato studiato un ceppo specifico di Bifidobacterium longum (BB536) che come ha spiegato Paolo Magni docente di Patologia Clinica dell'Università degli Studi di Milano «è un probiotico che colonizza l'intestino tenue e svolge una specifica attività idrolasica, cioè scompone i sali biliari, che legano le molecole di colesterolo impedendone l'assorbimento dell'intestino. Somministrato a un gruppo di pazienti con ipercolesterolemia moderata per 12 settimana, in associazione con un estratto di riso rosso fermentato, il cui maggiore principio attivo è la monacolina K, un analogo alle statine (agisce riducendo la sintesi epatica di colesterolo inibendo uno specifico enzima, HMG CoA reduttasi), è stata osservata, rispetto a un gruppo placebo, una riduzione delle Ldl: meno 27% dopo dodici settimane, un obiettivo in parte sovrapponibile con alcune terapie farmacologiche».

E commenta: «Si tratta della prima volta che una associazione di nutraceutici contenente un probiotico specifico dimostra, in uno studio clinico condotto con rigorosa metodologia scientifica, un risultato di così grande portata per la salute pubblica. Le conseguenze di una simile riduzione si esprimono in termini di un numero potenzialmente rilevante di persone che possono prevenire eventi gravi come l'infarto miocardico o l'ictus». «L'Organizzazione mondiale della sanità» ha ricordato Alberto Martina, docente presso il Dipartimento di Scienze del Farmaco Dell'Università degli Studi di Pavia «riconosce ufficialmente i probiotici definendoli "organismi vivi che, somministrati in quantità adeguata, apportano un beneficio alla salute dell'ospite. Per essere realmente utili, devono essere assunti in modo corretto, per dosaggi e periodi di trattamento, su pazienti e soggetti ben caratterizzati, possibilmente con il consiglio del proprio medico di fiducia o del farmacista. E soprattutto vanno considerati seriamente come strumenti per la propria salute, non come prodotti alternativi dal consumo disinvolto di tipo dietistico-cosmetico».